Il più famoso filosofo di questo secolo, Ludwig Wittgenstein, inizia il suo Tractatus Logico-philosophicus con due sensazionali/banali affermazioni:
1)Il mondo è tutto ciò che accade.
1.1) Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.
Che significa la seconda affermazione? Semplicemente che il mondo, l'universo, è formato da relazioni fra fenomeni e non da cose. Questo significa che il mondo è privo di sostanza intrinseca, non vi è niente che abbia una base sostanziale, vi sono solo fatti, avvenimenti e le relazioni tra questi fatti. Ma se vi sono solo relazioni tra fenomeni (e questo è testimoniato anche dalla fisica moderna), ciò significa che viviamo in un flusso di relazioni senza nessuna base in nessun luogo, fatto o entità! Detto con le parole di un filosofo assai più grande, che si basava non sulla speculazione intellettuale come Wittgenstein ma sull'esperienza della meditazione e della conseguente saggezza penetrante e sulla propria Realizzazione (domanda: chi era questo grande filosofo vissuto quasi 500 anni prima di Cristo?), tutti i fenomeni
(dharma) sono privi di un sè. Questa affermazione fu anche sintetizzata nel termine Vacuità che fu la base dell'opera di
Naagaarjuna, vissuto verso il II/III secolo d. C..
Questo inizio sembra contrastare con il titolo: Vivere semplicemente. Ma in effetti il modo migliore per vivere semplicemente proprio nella libertà dalla visione che rende il mondo come un insieme di oggetti, sostanze, persone. Non si nega qui la realtà di tutti i giorni, le cose, le persone, l'ambiente circostante. Si nega che esse abbiano una sostanza in sé, qualcosa di immutabile, di eterno, di autosufficiente nascosto sotto la mutevolezza dei cambiamenti superficiali. Se tutto è fatto di processi, se tutto è in continua trasformazione - perché di questo si tratta quando si parla di un processo- , se non esistono cose separate dalle proprie qualità, se riusciamo insomma a cogliere la Vacuità del mondo in cui viviamo, non vi sarà niente a cui attaccarsi ed anche la sofferenza sarà spezzata. Mi spiego con un esempio: la massima sofferenza che noi esseri umani sperimentiamo è nella morte delle persone care o nel timore della nostra morte ecc.. Ma se siamo consapevoli che tutto semplicemente è una serie di fenomeni sia pure assai complessi, potremo accettare che le cose siano come sono, che semplicemente quella serie di fenomeni a cui diamo un nome abbia terminato il proprio ciclo momentaneo trasformandosi in qualcos'altro. Niente compare e scompare realmente, tutto si trasforma (lo diceva già Leonardo da Vinci). E la nostra mente che attribuisce sostanza, eternità alle entità complesse con cui viviamo, rendendole così cose a cui attaccarsi e la cui privazione ci sembra un furto. Ma se cose non sono, se tutto scorre, se riusciamo ad accettare questo, la sofferenza finirà o sarà molto ridotta.
Il quarto fondamento della consapevolezza è l'attenzione ai fenomeni mentali nei fenomeni mentali. E' quando ci rendiamo conto che tutte le designazioni che diamo sono fenomeni e giochi della nostra mente, nel notare immediatamente come fenomeno mentale ogni attribuzione che diamo alla realtà che si apre la via all'essere liberi dalla sofferenza.
Vivere semplicemente è anche vivere, semplicemente. Questa , per esempio, è l'essenza della vita monastica. Per noi che siamo laici, impegnati nelle faccende del mondo, essere liberi passa attraverso una semplificazione della nostra vita. Si può stare nelle cose, viverle completamente e nello stesso tempo esserne distaccati. Non si può fare questo però se non attraverso una grande e continua consapevolezza. Consapevolezza che si riporta anche allo scegliere di fare meno e di farlo meglio. Andare più lentamente. Eliminare l'inutile che crea preoccupazioni superflue. Usare e godere tutto quello di cui la vita di oggi ci impone minimamente l'uso senza lasciarsene schiavizzare.
Essere semplici , essere liberi, è il fine e nello stesso tempo il mezzo per questo scopo. In realtà si potrebbe dire un non-scopo. Ecco perché anche la meditazione deve essere senza-scopo. Non c'è niente da afferrare nella libertà , né dio/dei, né
buddha, né religione, né filosofie: la libertà vuota di sostanza come qualsiasi altro fenomeno. Si riesce a stare seduti senza scopo? Si riesce, nella vita, a non avere scopi oppure, per il minimo che la vita ci richiede, ad avere scopi limitati senza lasciarsene catturare? O siamo sempre pronti- per desiderio, avidità, ambizione- a lanciarci in imprese sempre nuove che non ci fanno dormire tranquilli e che affollano l'orizzonte della nostra mente? Riusciamo a godere del presente senza sempre pensare al futuro o al passato? Si può vivere felicemente qui ed ora?
Si può godere della bella semplicità di un fiore? Il fiore profuma indifferente a chi ha davanti.
Possiamo essere fiori noi stessi verso il mondo?