Prima parte
Seconda
parte
Terza
parte
Ho visto spesso, durante i ritiri di meditazione, facce cupe ed
espressioni serie, l’espressione di chi si “sforza”.
Mentre occorre un giusto sforzo, questo sforzarsi eccessivo è
proprio il contrario del “lasciare andare”.Proprio perché
il “Lasciare andare” è così importante nella pratica,
l’atteggiamento che più gli è corrispondente è quello del
rilassamento vigile. Faccio spesso l’esempio del cacciatore.
Durante la pratica dell’attenzione bisognerebbe essere come il
cacciatore appostato in attesa che compaiano gli uccelli. E’
vigile ma non è teso e poiché fa una cosa che gli piace, è
attento ma rilassato (purtoppo per le prede) e perfino gioioso.
Ecco, questo è esattamente lo spirito con cui si dovrebbe
affrontare la pratica. Attenzione vigile-rilassamento gioioso:
ancora una volta unificazione degli opposti.
Sempre in quest’ottica, cioè quella del rilasciamento vigile
e del lasciare andare, sarebbe opportuno adottare un
atteggiamento di “pratica dell’obiettivo”. L’obiettivo
di chi pratica è quello della realizzazione, della Liberazione.
Ora, anche questo obiettivo è contraddittorio: perché si può
realizzare questo obiettivo solo lasciando andare anche questo
stesso scopo. Se realizzazione e liberazione sono la stessa
cosa, occorre liberarsi anche da queste idee. E’chiaro che se
non avessimo uno scopo- che poi è quello di arrivare alla
liberazione dalla sofferenza- non faremmo nessuna pratica. Nello
stesso tempo questo scopo è raggiungibile solo se lo neghiamo.
Che paradosso! E ancor più paradossale è che per negarlo
bisogna praticarlo. Dogen, il grande maestro Zen, era già
arrivato a questa conclusione: la pratica stessa è
l’Illuminazione. I maestri tantrici, in forme diverse, hanno
avuto la stessa idea. Questa era già presente, in embrione, nel
Buddhismo primitivo. La pratica delle “sedi divine”
implicava la visualizzazione di se stessi come esseri radianti e
la rinascita conseguente come divinità. Il Buddha era però
andato oltre. Mentre riconosceva la rinascita come divinità
come positiva per il livello di molti praticanti,pure la
identificava semre come una rinascita ( e tutto quello che nasce
prima o poi dovrà patire la sofferenza del soffrire e del
morire: è la nascita la causa della morte) . Perciò la
liberazione implicava liberarsi anche da questo stato. Ma che
cos’è la buddhità, la realizzazione? E’ così diversa
dallo stato di divinità?
Si può rispondere che è la stessa cosa ed è diversa allo
stesso tempo. Lo stato di divinità implica alcune
caratteristiche che sono ancora concettualizzabili: pur perdendo
i confini di un corpo umano e diventando esseri radianti, resta,
in qualche modo sottile, l’idea di un sé, quindi qualcosa di
sostanziale e stabile [l’anima di cui si favoleggia] , di
definibile e di concettualizzabile. Lo stato di un Buddha, un
Tathagata (“così-andato”) è invece insondabile, al di là
di ogni concettualizzazione. Si potrebbe dire (usando un
linguaggio di concetti che purtoppo ènecessario) che si tratta
di una coscienza basata su nulla. C’è un esempio nei testi
classici che lo illustra (Samyutta Nikaya, Nidanavagga, 64 ) :
“ -Supponete… che ci sia una casa o una sala con un tetto a
punta, con finestre sui lati nord, sud ed est. Quando il sole
sorge e un raggio di luce entra attraverso una finestra, dove si
stabilirebbe?
- Sul muro occidentale, venerabile signore.
- Se non ci fosse nessun muro occidentale , dove si
stabilirebbe?
- Sulla terra ,venerabile signore.
- Se non ci fosse alcuna terra.dove diverrebbe stabilito?
- Sull’acqua venerabile signore.
- Se non ci fosse alcuna acqua, dove diverrebbe stabilito?
- Non diverrebbe stabilito in alcun luogo, venerabile
signore.”
Si potrà obiettare che noi (noi intesi come singoli individui)
siamo limitati, siamo ben al di sotto di questo stato. Mentre
questo va riconosciuto, d’altra parte dobbiamo fare i conti
con il fatto che nessuna sostanza stabile esiste nel mondo e che
tutto è costituito da processi. Se avete seguito, su queste
pagine, tutta la lotta che qui viene condotta contro il concetto
di sostanzialità che permea quasi tutto il pensiero occidentale
( e più che mai quello religioso) , potrete apprezzare il fatto
che la visione di questa realizzazione possa essere concepita
come un processo ( e allo stesso tempo come un fatto immediato)
, un cambiamento in essere, una dinamicità e non una staticità.
Importante è il “vedere” questa realizzazione in processo,
questa dinamicità. La nostra pratica, come dice De Mello, può
essere riassunta in tre parole: “consapevolezza,
consapevolezza, consapevolezza”.
Praticare perciò può essere concepito nel visualizzarsi come
una divinità (e nel misurare anche le nostre manchevolezze alla
luce di questo standard) . E’ solo un “mezzo abile” se
vogliamo ma qualcosa che, partendo dal sorriso interiore e dalla
radianza di gentilezza amorevole, compassione, gioia ed
equanimità e
unito a consapevolezza e visione, ci porta a visualizzarci ed a
praticare come divinità e come Buddha-in-processo.
Perciò, appena iniziamo la meditazione, sorridiamo lievemente
come un Buddha o una divinità, creiamo una sorta di
identificazione mentale con questo ideale, spargiamo il sorriso
interiore in tutto il nostro corpo-mente e passiamo ad irradiare
verso l’esterno in ogni direzione. Possiamo usare la
gentilezza amorevole e poi, in successione inversa,
l’equanimità come veicolo della nostra irradiazione o
possiamo essere semplicemente consci dell’irradiazione stessa,
senza oggetto o veicolo. Se usiamo gentilezza ed equanimità
potremo accoppiare due aspetti della buddhità, la compassione
verso ogni essere vivente e nello stesso tempo l’accettazione
assoluta del destino di ogni essere (ancora una volta
l’unificazione di due opposti) . Se semplicemente
“stiamo”, senza alcun oggetto particolare, possiamo però
essere consapevoli dei vari “corridoi percettivi” che si
stabiliscono fra, ad es. le orecchie e il suono, fra percezione
sonora e mente, fra oggetti mentali e mente. Possiamo così
realizzare una meditazione sullo spazio che comprende i vari
elementi della corporeità, dei sensi, della coscienza e di
questi corridoi percettivi. Questa è la meditazione sulla
vacuità, dove l’unità corpo-mente si dissolve in una serie
di aggregati presenti qua e là nello spazio. Il senso di questo
è l’abbandono dei concetti di “io” e “mio”.
Visualizzati come divinità anche durante la giornata. La
consapevolezza degli stati mentali che sorgono nella vita
quotidiana porterà a un confronto con lo standard di divinità
o buddhità. Vedremo le nostre manchevolezze ma le osserveremo
da lontano, in maniera distaccata, accettandole. Saremo
consapevoli che vi sono cause e condizioni per essere come siamo
e accetteremo questo.D’altra parte lo standard della divinità
o buddhità fornirà un criterio con cui misurare queste
manchevolezze. Ma saremo anche consapevoli che siamo “esseri
in processo” e, guardandoci da lontano, in maniera distaccata,
accetteremo sorridendo.
Visualizzati
come una divinità
Seconda
parte
prima
parte
terza
parte
Entrare
nel primo dhyana/jhana
La visualizzazione di se stessi
come divinità può portare (può-ma non è detto) a conseguire
il primo dhyaana (o jhaana ) se associata alla meditazione
senza-segno. I dhyaana o jhaana fanno parte del sentiero
originario del Buddha al Risveglio e alla Liberazione. Prima di
tutto vediamo come svolgere la visualizzazione come divinità.
Potete partire dal sorriso interiore e da una consapevolezza
espansa. Irradiate in tutte le direzioni, godete della
tranquillità che dà questa irradiazione. State un po’ in
questo stato. Vi accorgerete che dopo un po’ arriveranno idee,
distrazioni ecc. ; la mente umana ha sempre voglia di
chiacchierare ed è anche naturale che ciò sia così, essendo
noi coinvolti continuamente in cose mondane. Occorre accettare
questa nostra situazione anche se forse, a prima vista, ci potrà
sembrare un disturbo. Sicuramente queste idee, chiacchiere ,
immagini ecc. cercheranno di risucchiarci. Ecco, qui dobbiamo
prestare molta attenzione: possiamo accettarle ma non farci
risucchiare da esse, altrimenti ne saremo travolti. Occorre
adottare l’attitudine dell’osservatore o del “pastore” .
Come un pastore osserva da lontano le sue pecore senza esserne
troppo coinvolto, così noi possiamo osservare le “pecore”
vaganti dei nostri pensieri senza esserne disturbati più di
tanto. Questa è la consapevolezza accettante. Accetto che voi
esistiate ma non mi faccio coinvolgere. Vi guardo e basta.
Ad un certo punto può darsi che ci rendiamo conto però di un
certo fastidio nell’osservare questa massa confusa di idee.
Forse si sarà già riflettuto in precedenza (o è il caso di
farlo adesso) di come tutto quello a cui la mente si attacca sia
classificabile sotto i due aspetti di “desiderio” e
“avversione” . Possiamo anche renderci conto che la nostra
mente è attaccata a tutto questo discorrere, letteralmente
“afferra” ( o aderisce a) i singoli pensieri. E l’afferramento
è un importante anello della catena del “sorgere in
dipendenza” . Possiamo anche decidere di rompere questa catena
proprio all’altezza di questo anello. E come?
Il Buddha disse che “desiderio, avversione e illusione
producono segni” . Questi segni del desiderio, avversione ecc.
sono rintracciabili nel corpo e nella mente. Tensioni, discorsio
mentale, immagini ecc. . Basta classificarli, quasi sempre sotto
l’etichetta del “desiderio”, talvolta sotto quella
dell’”avversione”. In genere, fatto questo, scompariranno,
come un ladro colto in flagrante.
A questo punto la mente sarà prima occasionalmente, poi sempre
più continuamente vuota. Continuerete a irradiare in questa
vuotezza, semplice irradiazione. Continuerete ad osservare i
“segni” che compaiono nel corpo-mente e a classificarli. Ci
sarà una grande attenzione e consapevolezza. Poiché i
“segni” non compaiono quasi più, vi sarà grande
rilassamento. Qui realizzerete l’unità di
concentrazione/attenzione e rilassamento.
La scomparsa dei “segni” vi porterà ad isolare la mente da
desiderio, avversione, dubbio , agitazione, sonnolenza cioè dai
classici “Cinque Ostacoli” alla meditazione. Nei testi
antichi questo viene espresso così: “ Separato dai desideri,
distanziato dai dharma [oggetti mentali] insalubri..--.”
(Pali: vivicc’eva kaamehi vivicca akusalehi dhammehi…) .
Può darsi che vi accorgiate di stare proprio bene essendovi
separati da desideri e avversioni. Può darsi che vi accorgiate
di come la vostra mente stia prestando una forte attenzione a
quello che state facendo. Questo si chiama vitakka che
normalmente viene tradotto con “pensiero applicato”: State
applicando la vostra attenzione intensamente ma in forma
rilassata –altrimenti si creerebbero ulteriori segni dovuti al
desiderio- su qualcosa. Poiché questa applicazione vi crea
interesse e una certa soddisfazione, cominciate a esplorare
questa applicazione e questa sensazione di relativa
soddisfazione. Decidete di “valutarla”, di farne una
valutazione , ma non dall’esterno in forma discorsiva bensì
immergendovi sempre più nell’attenzione applicata e nella
sensazione di soddisfazione. Ci ricordiamo, forse, che
l’attenzione alle sensazioni è uno dei quattro fondamenti
della consapevolezza. Comunque sempre più entrate
nell’”apprezzamento” o “valutazione” di questa
sensazione di soddisfazione. In pratica ne valutate il grado,
l’intensità. Questo nei testi antichi si chiama vicaara .
Esplorando e valutando sarete coinvolti nella gioia che potrà
esprimersi anche in forma fisica: a me si manifesta tramite una
forma di vibrazione lungo la colonna vertebrale ma altri la
sperimenteranno in forme diverse. Continuate ad esplorare questa
forma di gioia. Nei testi antichi è chiamata piiti .
Ad un certo punto questa gioia comincerà a trasformarsi in
qualcosa di più profondo e più rinfrescante, una sensazione più
profonda e più gentile di felicità . Questa era chiamata sukha
, “felicità” .
A questo punto avrete voglia di risiedere più a lungo possibile
in questo stato. Avrete conseguito il primodhyaana o jhaana .
Come ho detto all’inizio il primo jhaana fa parte di una serie
di quattro samadhi o assorbimenti meditativi che portarono il
Buddha all’illuminazione, alla liberazione, combinati con la
visione profonda o Vipassana. Questo tipo di meditazione si
chiama invece samatha . Ecco perché il nostro centro si chiama
“Centro di Meditazione samatha-vipassana “. L’iIluminazione
o liberazione deve avvenire al livello di uno dei quattro jhaana.
Conseguire il primo jhaana è un passo importante se pur
difficile(è relativamente più semplice ottenere i successivi
poiché vi trovate già sulla strada) . E’ trovare questa
strada che è difficile! Molti non hanno fiducia che essa sia
praticabile. In un altro centro di meditazione qualcuno ha
sostenuto che la mia asserzione sulla possibilità del Jhaana
fosse infondata-per non dire falsa, che solo i monaci potessero
ottenerla. Ma non vi è alcuna proprietà privata su di esso, si
tratta solo di uno stato mentale. E’questo che
contraddistingue il Buddhismo da altre religioni. Le altre sono
una questione di fede, questa è una religione di esperienza.
Una volta sorte le condizioni per il jhaana, ecco, voi ci siete.
Sostanzialmente non è nulla di speciale-e allo stesso tempo
molto speciale: basta conseguire una concentrazione applicata e
poi sostenuta (vitakka, vicara) e quando si svilupperanno gioia
e felicità saprete da soli che quello è il primo jhaana .
Tuttavia mentre è relativamente facile ad es. usare sati o
consapevolezza per osservare le cose che accadono dentro di noi,
più difficile è sempre stato, per tutti i meditatori,
conseguire il jhaana. Vi sono le istruzioni del Buddha ma sono
schematiche, non entrano nei dettagli psicologici. A quanto
sembra a quel tempo la pratica era così diffusa che bastavano
poche indicazioni. A volte qualcuno vi si imbatte per caso e non
sa che cosa ha provato. Altri hanno letto tanto e tante notizie
contrastanti su questo stato da sviluppare un forte desiderio
per esso e quindi da essere impossibilitati a raggiungerlo.
Altri ancora, dopo averlo provato casualmente ed averlo
riconosciuto, hanno ugualmente sviluppato un forte desiderio di
riprodurlo che ha loro impedito di realizzarlo di nuovo. E’
stato il mio caso. Ho poi dovuto percorrere un lungo cammino per
disintossicarmi da questo desiderio. Solo allora esso è
tornato.
Perciò bisogna praticare il “lasciare andare” e non cercare
un conseguimento. Solo quando vi imbatterete nei quattro fattori
sopra esposti potrete, riconoscendoli ed essendo comunque
distaccati, esplorare questo stato particolare. Ma se vi mettete
a cercarli troverete il loro opposto, il desiderio.
E’ perciò necessario praticare la meditazione senza segni,
dove vi accorgerete di ogni minimo segno volto al conseguimento
di qualcosa. Quando sarete rilassati proverete qualcosa.
Indagate questo qualcosa.
IL TESTO (MN I, 247) :
‘Separato dai desideri, separato dai dharma insalubri, munito
di attenzione applicata e di attenzione giudicante (savitakkam
savicaaram ) , avendo raggiunto il primo jhaana sorto dal
distacco e che è gioia e felicità, io vi dimorai.
Anche quando, o Aggivessana, sorse una tale sensazione di
felicità, essa non prese completamente possesso della mia
mente.
Con la soppressione dell’attenzione applicata e
dell’attenzione sostenuta (o giudicante, indagatrice ecc.) ,
(essendo sorta) la pace interiore che è concentrazione del
pensiero su un solo punto, senza più attenzione applicata e
sostenuta,prodotto della meditazione che è gioia e felicità,
questo secondo jhaana , avendolo raggiunto io vi dimorai.
Tramite il distacco dalla gioia io dimorai sereno, attento e
pienamente cosciente, provando la felicità per mezzo del corpo,
quello che i Santi qualificano come equanimità, come soggiorno
nella felicità: vale a dire il terzo jhaana ; avendolo
raggiunto io vi dimorai.
Tramite il distacco dalla felicità e dal dolore, e con la
scomparsa precedente della gioia e del dispiacere, senza dolore,
senza felicità, questa assoluta purezza dell’attenzione e
della equanimità che è il quarto jhaana , avendolo raggiunto
io vi dimorai.
Anche quando, in me, o Aggivessana, sorse tale sensazione di
felicità,essa non prese completamente possesso della mia
mente’
Dopo il quarto jhaana il Buddha raggiunse le Tre conoscenze
supreme ed il Risveglio assoluto. Egli era un Liberato, un
Risvegliato, un Buddha
Visualizzati
come una divinità
Terza parte
prima
parte
seconda
parte
Note
sulla meditazione dhyana/jhana e sul
Risveglio-Illuminazione
Ho accennato alle difficoltà di realizzazione del primo jhaana.
Poniamo ora l’accento su alcuni suoi requisiti, isolamento e
silenzio. Specialmente all’inizio questi due requisiti sono
importanti. Vedremo in seguito come l’isolamento sia non solo
una delle basi ma anche uno dei risultati del primo jhaana.
Come mai, comunque, il Buddha scelse questa via a guidarlo sul
sentiero del Risveglio e della Liberazione?
Quando Sakyamuni abbandonò l’ascetismo inutile ed estremo a
cui si era dedicato nella sua ricerca della Liberazione e si
chiese come conseguirla, ebbe un ricordo (MN 36,I, p. 246 )
:
“ Allora, Aggivessana, io pensai che una volta quando mio
padre, il Sakka, stava lavorando (nei campi) , io ero seduto
nella fresca ombra di un albero Jambu. Separato da oggetti che
risvegliano il desiderio, separato da fattori insalubri (akusalaa
dhammaa ) , io raggiunsi (uno stato di) gioia e felicità (piiti-sukha
) accompagnato da contemplazione e riflessione (vitakka-vicaara
) che è il primo jhaana e vi rimasi per qualche tempo. Poteva
questa, forse, essere la via (magga ) all’Illuminazione (bodhi
) ?
Dopo questo ricordo, Aggivessana, io ebbi questa conoscenza:
questa è la via all’Illuminazione. Allora , Aggivessana, io
pensai: perché dovrei avere paura di questa felicità che non
ha niente a che vedere con oggetti che risvegliano il desiderio
e niente a che fare con fattori insalubri? Allora, Aggivessana,
io pensai: non ho paura di questa felicità che non ha niente a
che fare con oggetti che risvegliano il desiderio e niente a che
fare con fattori insalubri” .
Perciò Sakyamuni si rivolse a rievocare quello stato che aveva
provato da ragazzo e vi riuscì, realizzando il primo jhaana e
poi in successione gli altri tre dopodiché conseguì il
Risveglio.
Possiamo chiederci perché il Buddha intuì che il Jhaana era la
via che portava all’Illuminazione. Quale sua caratteristica lo
colpì intuitivamente? Ora poiché la caratteristica principale
e la causa del primo jhaana è la SEPARAZIONE della mente dagli
oggetti mentali negativi, probabilmente fu questa caratteristica
a colpirlo, nonché il fatto che questo creava uno stato di
contentezza e felicità nella mente, stato che alludeva alla
felicità del Nirvana. Per la prima volta Sakyamuni vedeva che
la mente poteva essere separata, in una maniera non costrittiva
ma anzi felice, dalla ruota del mondo, dalla catena degli
afferramenti e del sorgere condizionato. Applicando la
consapevolezza a questo primo stato mentale si rese poi conto
come contemplazione e analisi mentale fossero ancora fattori di
disturbo e passò ad eliminarli, realizzando così uno stato
dove questi due fattori erano silenziati,il secondo jhaana che
sorgeva ormai non più dalla SEPARAZIONE ma dalla concentrazione
del Samadhi ottenuto alla fine del primo jhaana ( e indicato
dalle parole ‘ egli vi rimase per un certo tempo’) .
Successivamente, applicando l’analisi, si accorse che un altro
fattore era ancora di disturbo per una maggiore quiete e
purificazione della mente, un fattore ancora grossolano, la
gioia, e passò ad eliminare anche quello, rimanendo in uno
stato di felicità purificata, il terzo jhaana. Ancora però
questo gli apparve come uno stato di un qualche disturbo, sia
pure sottile, ed eliminatolo rimase in una equanimità
purificata. Questo spiega anche perché nell’elenco dei sette
fattori del Risveglio l’equanimità è l’ultimo ed il più
elevato. Non è una qualsiasi equanimità, è l’equanimità
jhanica. Inoltre non era solo l’equanimità di una mente
offuscata. No, c’erano perfetta equanimità e consapevolezza (upekkhaa-sati-paarisuddhi
) . Si era realizzata una mente pura ed affilata come un
diamante. Fu come essere entrato in un’altra dimensione.
Intuitivamente si accorse come questo stato fosse al di là di
sofferenza e gioia, del tutto equanime, il che, sempre
intuitivamente, rimandava a quando c’era
sofferenza/insoddisfazione e, sempre intuitivamente,
all’origine dell’insoddisfazione, al desiderio. Ecco che in
un lampo di intuizione venne uno dei contenuti tradizionalmente
ascritti come uno dei contenuti del Risveglio: c’è una
liberazione dal desiderio e attaccamento che sono la fonte
dell’infelicità.
In seguito questo fu riformulato come le Quattro Nobili Verità: esiste la Sofferenza o Insoddisfazione, c’è un’origine di questa sofferenza, c’è una Liberazione da questo stato di insoddisfazione ed ovviamente c’è (c’era stata) una via che porta alla liberazione dall’insoddisfazione. Ma sicuramente la forma intuitiva originaria fu quella di una consapevolezza di libertà che illuminò su quello da cui ci si sentiva liberi. Così pure fu in seguito sistematizzato l’Ottuplice Nobile Sentiero che porta alla Libertà assoluta ed il nobile Sentiero aveva come sua punta massima il Samadhi che è la stessa cosa dei
Jhaana. In ogni caso l’intuizione che vi era stata una Liberazione e dei fattori da cui si era liberato (quello che poi fu sistematizzato come le Quattro Nobili Verità) fu uno dei contenuti del Risveglio, una insight o introspezione di ciò che era accaduto e di ciò di cui si era liberato . Egli riconobbe anche (forse in seguito, forse subito- l’illuminazione intuitiva è meravigliosa) di essere stato l’unico uomo a realizzare tale visione e Liberazione.