Nella mia vita mi sono imbattuto spesso, come
tutti, in persone che soffrono di depressione. Per lo più
tentano di risolvere i propri problemi con mezzi chimici,
consigliati dai dottori e non dubito che in situazioni gravi
queste medicine abbiano una necessità. Ma non vi saranno
garanzie di non-ricaduta. Anzi, proprio l’uso di questi
medicinali provoca un senso di deresponsabilizzazione rispetto
al proprio star male. "Dammi una pillola, così non dovrò
combattere le cause".
In questi giorni (scrivo a metà ottobre, con le giornate che
scorciano velocemente) ho sentito particolarmente un senso di
solitudine che, mentre facevo alcuni lavori nei campi, mi ha
spinto ad una riflessione: " La mia vita volge verso il
tramonto, come questa giornata. Questa vita solitaria che
faccio..." (e qui, mentalmente, ho colto la mia solitudine
in mezzo alla natura impassibile) " non so bene se posso
considerarla come una scelta da incosciente, una scelta eroica
oppure semplicemente come la deriva di un essere scagliato dal
mare della vita ad arenarsi su qualche secca".
Ho concluso che forse erano valide tutte tre le soluzioni
contemporaneamente ma mentre, in particolare riguardo alla
terza, sentivo sorgere un fiotto di autocommiserazione, la mia
attenzione, sempre vigile, ha colto il senso di interpretazione
che stavo dando ad una realtà-vera che veniva, in quel momento,
offuscata dalle costruzioni della mente.
Un inciso: racconto questo episodio, come altri, non perche' mi
vanti di esso (provo anzi un certo imbarazzo) ma perche' può
essere di aiuto per tutti coloro che si trovano a riflettere
sulla propria esistenza. Anche la soluzione che presento non ha
niente di mio (non c’è del resto nessun io-mio reale) ma
proviene da una realtà impersonale, il Dharma, la visione delle
cose come sono ed il conseguente acquietamento delle proprie
predisposizioni mentali.
Tornando al momento in cui mi sono accorto
dell’autocommiserazione e del lavoro di costruzione mentale
che avevo fatto, mi sono accorto del lavoro di "sostanzializzazione"
/ reificazione che avevo superbamente (il senso è ironico)
portato a termine. Si noti la terza soluzione: "...la
deriva di un essere scagliato dal mare della vita ad arenarsi su
qualche secca". Qui è stata creata un’entità
impersonale ("il mare della vita") che mi avrebbe
fatto arenare in questa situazione di solitudine..., mutatis
mutandis un’entità ultima (come il Fato, Dio ecc.) che
sarebbe responsabile di tutto ( >da cui il sorgere di
autocommiserazione e risentimento: c’è qualcos’altro che è
responsabile della mia situazione e mi lamento contro questo
qualcos’altro).
Questa concezione semplicemente acceca, toglie di mezzo la
responsabilità personale in quello che siamo, il karma che noi
stessi creiamo. Questo mi è apparso chiaro: io sono come mi
sono creato, non c’è nessun altro responsabile di questo, se
sono in questa situazione è perch le mie tendenze volgevano in
questa direzione.
Capito questo le mie predisposizioni si sono improvvisamente
acquietate. C’è stata accettazione di quello che è. Non c’è
nessuno verso cui potersi lamentare. Fine. Quiete, tranquillità.
Questo è rivelatorio di come la meditazione analitica del reale
(Vipassanaa) può aiutare a sconfiggere la sofferenza e questo
vale non solo per questo caso ma anche per altri. Qualche anno
fa ebbi un breve episodio di depressione. Ne rimasi sorpreso.
Passai all’analisi del fenomeno e mi resi conto delle cause:
le ossessioni, per quanto "spirituali" esse fossero.
Fine. Fine della depressione, da un momento all’altro. Rimasi
molto colpito dalla velocità della "guarigione".
Avevo semplicemente colto l’esistere di alcune ossessioni . La
realtà non corrispondeva a queste ossessioni e nasceva la
depressione. Perciò ogni volta che sentiamo nascere in noi
questo senso di tristezza, di malinconia, di scontentezza,
guardiamoci. Non cerchiamo altrove, guardiamoci: vediamo quanto
di io-mio c’è al lavoro in quel momento, un io-mio che non
vuole fluire con le cose come sono ma si trova a notare anzi
come esse non corrispondano ai suoi desideri; o anche,
semplicemente, come l’io si senta inadeguato (sempre in base
ai suoi desideri) nel confronto con la realtà.
Se noi riusciamo ad accettare la nostra inadeguatezza, a vederci come siamo...fine. Ma questo deve essere fatto subito, non aspettare che questo processo vada avanti (provocando anche guasti chimico-biologici in noi). Per questo è così importante l’attitudine all’autoosservazione che non può essere svolta con un’osservazione superficiale ogni tanto. Per questo occorre "sedersi e meditare". E’ semplicemente necessario.
Perciò, e qui torno alla premessa , occorre smetterla di delegare ad altri quella che è la nostra sanità mentale. Per questi "altri" noi siamo solo dei casi, persone astratte, non reali , che danno loro pane e companatico. Non tutti saranno così, certo, ma questa è la tendenza. E’ capitato ad una persona che conosco, malata gravemente; mentre più ce n’era bisogno, la dottoressa che la curava è andata in vacanza. Niente di male in ciò...ma se questa dottoressa fosse stata la figlia dell’ammalata, sarebbe andata in vacanza?
Perciò la salute è nelle nostre mani. La via della Meditazione è una via alla Liberazione, alla Felicità...ma non la rimanda ad un giorno X ("per amarlo e servirLo in questa vita e goderLo poi nell’altra in Paradiso" diceva il catechismo quando ero piccolo). Questa stessa Realtà è la meta...basta cambiare il punto di vista.
Certo non è così facile come dirlo. Ma intanto fruiamo della salute mentale e sempre più spesso della gioia che ci dà questa pratica asciutta e scarna (niente altari, niente incensi, una religiosità senza religione – da persone adulte e libere). E’ l’ego che ci fa star male, è la nostra auto-importanza, l’importanza che diamo al falso concetto del sé, è il dualismo che creiamo fra "noi" e il mondo. Se riusciamo a vedere questo e ad accettare quello che c’è, ad accettarci come siamo pur nell’ottica del cambiamento, non ci sarà motivo di cadere nella depressione.
Contro
la depressione (2)
LIBERARSI DAI RUOLI
Ho dovuto svolgere un’incombenza e dopo che l’ho svolta, tornando a casa , il pensiero mi è andato al fatto che finalmente ero libero da quel peso. Ho sentito il senso di soddisfazione, la leggerezza della libertà che mi veniva dall’essermi tolto un peso. Mi ha allora colpito l’analogia con quello che è la Liberazione: l’essersi tolti un peso, il peso della sofferenza, dell’angoscia e della paura, lo spaziare liberi da ogni timore. E allora mi sono anche venuti alla mente i testi antichi che ne parlano. Non ricordo ovviamente le parole precise né in questo momento sono in grado di rintracciarle, ma il senso è appunto quello di “aver lasciato andare un fardello”, “essersi liberati da un debito” oppure anche di “ saltar fuori da una fossa di carboni ardenti”. Che cosa si prova in questi casi? Un grande sollievo senza dubbio, specialmente nell’ultimo caso (che simbolizza i carboni ardenti della vita). Siatene certi. Se volete anche solo immaginare il sapore della libertà totale del risveglio con un’approssimazione, ahimè per difetto, portate alla mente l’ultima volta che avete tratto un sospiro di sollievo per esservi liberati da un peso, da un debito o da qualche brutta situazione.
Come dicevo sopra, sarà solo per difetto, ma vi darà forse una spinta a continuare sul sentiero della pratica meditativa come una via per arrivare a questo stato di benessere.
Mentre così riflettevo, una connessione si è creata con il numero precedente di questa newsletter, intitolato “Libertà dalla depressione”(chi non lo avesse potrà trovarlo sul sito web:
http://members.xoom.it/sinicus ) . Questo perché ho avuto giusto una discussione su questo argomento in cui l’altra parte sosteneva che la depressione è più un fatto chimico che mentale, cioè una mancanza di certe sostanze che poi provocherebbe anche la sofferenza mentale. Senza voler essere assolutista e quindi ammettendo anche eccezioni, io sostenevo il contrario. Secondo me la depressione era principalmente un fatto psicologico che poi scatena anche dei cambiamenti biochimici. E’ chiaro che, se lasciata andare, se non colta in tempo nel suo aspetto mentale, essa aumenta la mancanza di certe sostanze che ancora una volta vanno a peggiorare gli stati mentali e così via, in un feedback continuo.
Nei casi che conosco, la persona depressa si urtava contro una realtà che o non era come la desiderava (e qui si vede l’importanza di riconoscere il desiderio) oppure la schiacciava in qualche ruolo cristallizzato che all’inizio era stato forse felice ma che col passar del tempo e con i relativi cambiamenti era divenuto oppressivo. Mi vengono anche in mente le soluzioni che storicamente sono apparse tra il popolo: i vari “spiritati”, “tarantolati” ecc. erano quasi sempre astute (anche se spesso inconsapevoli) vie di fuga, direi di liberazione, da realtà familiari o sociali divenute estremamente opprimenti. Le persone letteralmente “impazzivano” ed uscivano dagli schemi: d’improvviso più o meno consciamente si rendevano conto degli spazi di libertà che si aprivano loro: in questa nuova condizione era loro permesso fare cose impensabili fino ad allora, rovesciare la propria situazione di frustrazione e sfuggire all’oppressione sociale del lavoro forzato o dei rapporti coatti.
Certo il passaggio a questo nuovo stato di libertà aveva bisogno di un grande coraggio ma poiché questo coraggio coscientemente non si riusciva ad averlo, il grande stress mentale che accompagnava questo forte desiderio di liberazione si esprimeva come malattia mentale (per così dire) che a sua volta poteva produrre però grande sofferenza (soprattutto quando si urtava contro un ambiente estremamente rigido) oppure stati di grazia (è il caso dell’artista, la persona libera dagli schemi e sottoposta da una parte al biasimo sociale e dall’altra ad un’invidia segreta).
Ho conosciuto persone così: una donna anziana ad es., sempre vissuta in un mutismo cupo ed al servizio degli altri nella famiglia, che tutt’a un tratto,forse dovuto ad un attacco
ischemico, scoprì la libertà dai ruoli, divenne simpaticissima e divertente, dicendo cose strabilianti per lei ...per poi essere curata e tornare nella norma del mutismo triste ed asservito al suo ruolo. Non a caso in alcune società arcaiche i pazzi venivano classificati come portatori di sprazzi di divinità ed un po’ emarginati ed un po’ rispettati: si riconosceva in loro quella capacità di libertà che era negata agli altri.
Spesso la sofferenza della depressione viene fuori da questo inchiodamento ai ruoli: padre, madre, marito, moglie, lavoratore...., com’è difficile essere liberi! Quando più di quindici anni fa cominciai ad uscire da uno dei ruoli che avevo, che fatica e che paura! La paura di rompere gli schemi, di non essere più accettato, di non essere più “riconosciuto”...
Questo ci riporta ad uno dei miei “soliti” discorsi: invece di fluire con le cose e con il cambiamento , creiamo un “sé” sostanziale, qualcosa che ci dovrebbe ancorare e tenere fermi e protetti contro il flusso “distruttivo”della vita ma proprio questa costruzione fantasma, prendendo sostanza, crea opposizione al fluire della vita e del cambiamento, ci impedisce di riconoscerci nel cambiamento, produce attrito e sofferenza.
Senza visione non siamo capaci di riconoscere questi processi. Perché soffriamo di cose che all’inizio ci facevano star bene, come il matrimonio, la relazione, il nostro ruolo nel lavoro e così via?
Abbiamo creato qualcosa di statico, una cosa che non c’è realmente ma a cui ci attacchiamo con tutte le forze. Creiamo continuamente persone come le vorremmo, situazioni come le vorremmo, mondi come li vorremmo. Ma proprio questa attività creativa della mente produce attrito, sofferenza. Semplicemente quelle cose non esistono, per lo meno non come le concepiamo. Anzi, realmente nel mondo,
NON ESISTONO PER NIENTE “COSE” O ENTITA’ DI QUALSIASI TIPO: ESISTONO SOLO PROCESSI.
Saper riconoscere le sensazioni come sensazioni e le idee come idee, cioè semplicemente come un PENSARE, il cui contenuto non è necessariamente valido né sicuro, è la base della consapevolezza e della visione delle cose per quello che sono.
Ecco perchè la LIBERAZIONE ha tanto a che vedere con la distruzione dell’idea di sostanzialità (una cosa che non molti capiscono).
I ruoli sono sostanza immaginaria che ci tiene prigionieri: uscirne, liberarsene, riconoscere essi e noi stessi come irreali in senso assoluto (e reali in senso relativo) ha a che fare con la pazzia, una pazzia lucida che rende però felici. Lo scemo del villaggio ed il liberato sono allo stesso tempo estremamente lontani ed estremamente vicini.