Buddhismo e Meditazione

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A chi può interessare

(To whom it may concern) 



Il mondo è quello che la nostra mente è, e può essere un inferno o un paradiso. Arrivato a questo punto sento il bisogno di esprimere alcune considerazioni sulla mia vita. A chi può interessare e nella misura in cui può essere interessante per altre persone. 

Noi siamo le nostre esperienze, non esiste sostanza separata dalle sue qualità (le esperienze, appunto), quindi noi mutiamo in continuazione nella misura in cui facciamo parte del processo esperienziale. Nota bene: non nella misura in cui abbiamo esperienze; nella misura in cui facciamo parte del processo esperienziale. Si rifletta su questo, su cui non ho spazio per dilungarmi. 

Dopo tanti anni di esperienza meditativa e di esperienze varie, posso fermarmi un attimo e fare il punto. Non c’è in realtà nessun punto da fare, non c’è fermata da nessuna parte, c’è solo il silenzioso continuo fluire del vivere. Ma adottiamo questo punto di vista convenzionale. 

Esperienze che ho avuto ultimamente mi spingono a questa riflessione. 

Queste esperienze mi hanno fatto toccare di nuovo con mano quanto la vita, ciò che crediamo di “costruire”, sia fragile ed esposto al vento. Si creano rapporti ed è normale ma questi rapporti sono soggetti, come ogni cosa, al lento corrodersi e decadere. Si crea sofferenza. Perché siamo attaccati, non riusciamo a fluire con le situazioni e le situazioni, purtroppo, con buona pace di chi si vorrebbe illudere (gli innamorati, ad es. ) sono impermanenti . E’ con dolore che vediamo svilupparsi la fine di un rapporto, ma in realtà non c’è alcuna fine e nessun principio, c’è solo cambiamento ed è giusto che sia così (né giusto né ingiusto: è così). Queste crisi sono però salutari perché spingono a vedere meglio quali erano le componenti di questi rapporti, le loro insufficienze e le loro schiavitù. 

Io voglio essere libero, non la libertà egoistica di chi se ne frega degli altri. E’ qualcosa di diverso, su cui misurare tutte le esperienze. C’è stata qualche esperienza di libertà, di liberazione, e quello è l’unico metro su cui intendo misurare la mia vita. Tutto il resto non è di interesse, è effimero, è vano, è provvisorio. La libertà stessa è vuota perciò non vi è niente a cui attaccarsi. Ma quando parlo, in un contesto come quello dei rapporti personali, di libertà, non vorrei essere frainteso. Non è la libertà dell’amante che prende, se ne va e dice: “ Voglio essere libero”, pensando nel contempo a una nuova persona. No, la libertà a cui alludo, è vuota, senza contenuti, è una liberazione . E’ essere liberi, semplicemente e, speriamo, nel massimo altruismo possibile. E’ cercare di vivere la vita nella maniera più semplice possibile, come già la sto vivendo. 

Non voglio che altri si facciano schemi su di me né, se mi riesce, voglio farmi schemi sugli altri. Non voglio che qualcuno soffra perché sente che non posso dare quello che questa persona vuole, non voglio nemmeno esigere io che qualcuno sia in qualche maniera particolare. Intendo andare avanti per la mia strada, affiancato ad altri esseri umani che fanno la stessa strada. Non mi interessano la sensualità ed il divertimento, se non in maniera del tutto occasionale: nel senso che non vivo per queste cose. 

Lo stesso vale per la meditazione. Qui non c’è né ci vuole essere alcuna setta particolare o alcuna affiliazione particolare. Non ci sono “affari” né Buddha-cafe. Non ci sono stages tipo “Riza psicosomatica”. Io faccio anche altre cose in cui sono professionale, come Kungfu e Taiji, ma queste sono tenute rigidamente separate. Le intersezioni fra di esse sono occasionali ed è giusto che vi siano ma non faccio meditazione per attirare gente a Kungfu o Taiji, né faccio Kungfu o Taiji per attirare gente alla meditazione. Talvolta accade e va bene. aiji, né faccio Kungfu o Taiji per attirare gente alla meditazione. no ma non faccio meditazione per attirare gente a Kungfu o TSiamo d’accordo con tutti quelli che meditano in questo spirito. Quello che si richiede è cominciare a perdere gli attaccamenti e le concezioni mentali, non a svilupparne di nuovi, sia pure “spirituali”. 

Ugualmente non mi sento più da anni interessato al “turismo spirituale”. Accade , nella vita, ma è una cosa a cui non sono più interessato. Non mi interessa andare a vedere questo o quel maestro. Non è orgoglio. E’ essere liberi e distaccati. Il che non esclude che io possa partecipare a qualcosa fatto da questo o quel maestro. Mi piacciono i ritiri di Corrado Pensa o anche altri perché offrono un ambiente in cui si può meditare in pace. Ma è tutto lì. Non sono affascinato da nessuno. So che quello che occorre è già tutto qui. Tutto quello che occorre è lasciare andare, non afferrare. E’ già qui. Allo stesso modo chiunque può venire a fare meditazione e smettere quando vuole. Qui il sabato è un porto di mare: uno viene, uno va. Che importa? SE senti che ti è utile vieni, altrimenti smetti. Oppure vai e vieni. Fai come credi, ognuno deve vivere la libertà già fin da ora. Il fine deve essere contenuto nel mezzo. Il fine è risvegliarsi alla vita com’è, 

risvegliarsi alla vera libertà. Il fine deve essere già qui presente. Riflettevo ieri come non ci sia libertà nelle chiese: guardate quei poveri Testimoni di Geova. Oppure guardate lo zelo dei missionari. Come sa di sporco il loro “interesse per gli altri”. L’unico che ha predicato la Libertà è stato il Buddha. Riguardo al suo insegnamento, lo paragonò ad una zattera. Una volta che hai attraversato il fiume, ti attaccherai alla zattera e te la porterai sulle spalle? Un nuovo bagaglio? Però è chiaro che per attraversare il fiume una zattera ti serve. Ora accade un fatto strano, poiché la zattera di cui parlava il Buddha è una zattera vuota, priva di sostanza. Che sostanza può avere la liberazione? Quella del lasciare andare, della libertà. Perciò già da ora la zattera non ha sostanza, ha la non-sostanza del lasciare andare, del lasciarsi andare. 

Tutti parlano di concetti: Dio, spirito, anima... ma sono solo concetti in un mondo di concetti. Finché avremo concetti da difendere, a cui restare attaccati, non saremo liberi. Non c’è alcuna vera religione nell’essere attaccati a un Dio, a una Chiesa, a idee. Sono solo sporche proiezioni dell’ego, del suo bisogno di creare fantasmi, consolazioni o sicurezze. Me lo disse il mio primo direttore Didattico, quando vide che non insegnavo Religione: Mi disse : “ La Religione è una grande consolazione”. Aveva ragione. Appunto, la religione è una grande consolazione, impedisce di vedere quello che c’è davvero. Che c’è ad esempio sofferenza perché ci attacchiamo alle cose ed addirittura creiamo cose dove non ci sono che processi. Ci attacchiamo e quando queste non-cose crollano, come è nella loro natura, soffriamo. Il massimo dell’illusione è l’attaccamento a concetti. Perciò la Liberazione è la fine delle concettualizzazioni. Dobbiamo usare i concetti, questa è una necessità del linguaggio, ma non dobbiamo essere schiavi dei concetti. Non dobbiamo avere niente da difendere, nè dio, nè il Buddha, né questo né quello. 

Perciò la mia unica dichiarazione d’intenti è: non voglio niente da difendere, non voglio creare nulla. Voglio vivere semplicemente con persone libere come me. 


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